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Stupri, ferite gravi, percosse, insulti davanti ai figli. La maggior parte dei soprusi si consuma tra le mura di casa. Una mattanza. Alziamo la voce contro questo scandalo. 7 milioni di donne hanno subito una forma di violenza, 1 milione solo nell'ultimo anno. Ogni tre giorni, in Italia una donna è uccisa dal marito, dal fidanzato o dall'ex partner. Sei milioni e 743 mila donne, tra i 16 e i 70 anni, nel corso della vita, hanno subito violenza fisica o sessuale, secondo un'indagine dell'Istat. Solo il 7% trova il coraggio di denunciare il partner violento. Per rompere il muro di paura, due anni fa, è stato aperto un call center ( telefono 1522), voluto dal ministero delle Pari Opportunità e collegato ai centri antiviolenza che offrono sostegno psicologico e legale alle vittime, e spesso una casa segreta per sfuggire agli aguzzini. I centri sono un centinaio in tutta Italia (un elenco accurato lo si trova visitando il sitowww.women.it/casadonne/comecitrovi). Bisogna reagire perché essere picchiate o umiliate non è un destino!


Da ricerche compiute negli ultimi anni sul problema della violenza sulle donne effettuate in ogni parte del pianeta da organismi e istituti nazionali ed internazionali emergono dati avvilenti: la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. E non conosce differenze sociali e culturali: le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici.
Il terzo mondo
Per quel che riguarda il mondo in via di sviluppo le informazioni si fanno ancora più drammatiche, ma allo stesso tempo diventa più difficile raccogliere dati precisi, sia perché le indagini statistiche sono meno frequenti e accurate sia per ragioni squisitamente culturali. La violenza sulle donne, infatti, in gran parte del mondo è una componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime. Un problema specifico di alcune culture africane e di alcuni paesi del Medio Oriente ( Egitto, Yemen, Emirati Arabi) è quello delle mutilazioni genitali femminili, pratica barbara e disumana ancora ampiamente diffusa, ed effettuata quasi sempre in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute sono devastanti, e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. Oggi sono oltre 130 milioni le donne che hanno subito questo genere di mutilazione, e i flussi migratori stanno facendo arrivare il problema e le sue conseguenze fin nelle ricche civiltà occidentali. E' necessario denunciare una delle più inaudite violenze che viene commessa sulle donne e che in Occidente molti preferiscono non vedere, chiudendo gli occhi o nascondendosi dietro la scusa del rispetto delle tradizioni : l'infibulazione. Le MGF ( Mutilazioni Genitali Femminili)sono pratiche barbare ed orribili mascherate da tradizione, che sono spesso causa di morte e sempre di traumi indelebili. La maggior parte degli studiosi si trova d'accordo nel classificare la MGF, popolarmente chiamata circoncisione femminile, in tre tipi base, una tipologia che riflette vari gradi di gravità. La circoncisione, che consiste nella recisione del prepuzio della clitoride, è la forma più blanda perché preserva la clitoride e le parti posteriori più ampie delle piccole labbra. La clitoridectomia o recisione è la pratica più comune e implica la rimozione dell'intera clitoride insieme con tutta o una parte delle piccole labbra. L' infibulazione è la forma più estrema e crudele di questa pratica. Consiste nel taglio della clitoride, delle piccole e delle grandi labbra. Le rimanenti estremità delle grandi labbra sono quindi cucite insieme in modo che l'orifizio vaginale venga chiuso. Gli strumenti impiegati per compiere la MGF comprendono coltelli, lame di rasoi, forbici e pezzi di vetro. Raramente questi strumenti vengono sterilizzati prima dell'operazione e tranne che negli ospedali, l'anestesia non è quasi mai impiegata. Inutile anche accennare ai rischi fisici che comporta questa operazione, eseguita molto spesso dalle stesse donne della tribù, che quindi non hanno alcuna conoscenza dei principi medici e delle reazioni del corpo a questa tortura vera e propria: non solo emorragie e infezioni, ma anche ascessi e tumori benigni ai nervi che innervavano la clitoride, o infiammazioni del tratto urinario, accanto al rischio di contrarre quella che è la malattia più preoccupante del XXI secolo, l'AIDS. Traumi fisici che si aggiungono a quelli psicologici: oltre allo shock in cui incorre la bambina, l'infibulazione fa crollare ogni speranza di una serena vita sessuale, in quanto il rapporto è molto doloroso. Nel rispetto di una tradizione che sopravvive solo a causa dell'ignoranza e delle superstizioni che sopravvivono in questi villaggi, ogni giorno la felicità futura di molte bambine viene compromessa irrimediabilmente. E tutto ciò accade, purtroppo, anche nel nostro Paese, a pochi passi da noi; si calcola, infatti, che in Italia vivano circa 40000 donne infibulate e, ogni anno, sono circa 6000 le bambine, di origine sub-sahariana, che rischiano di subire questo abuso. E' necessario prevenire, contrastare, reprimere tali pratiche quali violazioni dei diritti fondamentali all'integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine. Bisogna dire BASTA a questa forma di violenza che non è solo contro la donna, ma contro i più basilari diritti umani!

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